Our story

C’era una volta Mark Twain, e per lui il giro del mondo iniziava con un passo.
Come il sasso lanciato
dalla mano non conosce il suo percorso
e il viaggio è già iniziato.
C’era l’infinito, sempre nelle scarpe, in un tragitto così breve,
nel piede sulla strada.
Meridiani e paralleli a fare il resto.
C’era un lampo, una boccata d’aria,
il lupo che mangiava la nonna in un boccone.
La durata non fa testo.
È l’attenzione, la presenza, per non farsi digerire ancora vivi.
C’era una volta Aldo Raine, spavaldo a disegnare tratti brevi sulla fronte.
C’era Django che intanto trapassava di pallottole il pupazzo
di neve da parte a parte e noi a buttare l’occhio
dentro il buco per guardare un angolo di mondo
coperto di mistero. Per gettare il cuore oltre l’ostacolo,
uccidere l’oracolo e sentire il corvo
leccare via la vita con un verso rauco.
C’era un minuto di poesia
dove il via e la fine hanno la stessa faccia.
Lo scatto, il tempo e la memoria in un ritratto.
Potremmo anche ballare come dannati nelle scarpe del morto
ma può bastare un attimo per dire che ci siamo, che siamo ancora svegli
con gli occhi selvaggi a cercare la misura, il senso, l’arte
di vivere e morire in un istante.

Bastart è nato per sbaglio. Non è certo un purosangue,
e non ha tante pretese. Non fa domande,
né ha risposte nelle tasche,
solo storie nascoste nelle scarpe.
Non ha compagnia, nessuna direzione.
È tutto, quindi anche brutto.
È nessuno e tutti pesci nella rete.

Ma ha solo un cuore.
Che batte in un incontro,
nella meraviglia di uno sguardo,
in un respiro corto,
la sorpresa.
Nel viso di una donna
che si volta verso il mare.
Nell’ uomo che ricorda
la sua casa dalla nave.
Batte fino all’ultimo, nel viaggio e nella voglia di viaggiare.
Nell’ attimo di attesa custodito con una cura antica.
Nella fotografia del lupo cattivo che ci distrae intanto che ci sbrana.

Alla vita.

Testo: Davide Ferrari

Once upon a time there was Mark Twain for whom a journey of a thousand miles began with a single step.
Like a stone thrown by the hand knows nothing of its way, and the flight has already begun.
There was the infinity, in the same
shoes, within a journey so short,
in a footstep on the road.
Meridians and parallels did the rest.
There was a flash, a breath of air, a wolf swallowing a grandma in a single gulp.
The duration doesn’t count.
It’s the attention, the being-present that matter, for not getting digested alive.
Once upon a time there was Aldo Raine, boldly distributing short strokes on the foreheads.
There was Django, piercing a snowman with bullets
while we, in the meantime, were curiously glimpsing into the hole, to spy a corner of the world covered with mystery. To throw the heart beyond the obstacle, to kill the oracle and hear the raven licking a life
away with its hoarse cry.
There was a minute of poetry
where the start and the end had the same name.
Spurt, time and memory: all in a single shot.
We might as well be dancing like damned in a dead man’s shoes
but a single second will suffice to say: hey, we’re here, still awake
with our eyes wide wild, in search for the measure and sense, for the art
of living and dying in an instant.

Bastart was born accidently. Surely not a pure breed,
has no big demands. Makes no questions
nor keeps any answers in the pockets,
just stories hidden in his shoes.
Has no company and no direction. Is all,
even the opposite of the Beautiful. Is nobody,
tarred with the same brush as each of us.

But has a sole heart.
That beats in an encounter, in a wonder of a glance,
in a short breath,
the surprise.
In the face of a woman
who’s turning seawards.
In a man who’s recalling
his home from the ship.
It goes on beating to the very last, in a journey and a desire for journey.
In a second of hope kept with an ancient care.
In a photograph of the big bad wolf that distracts our attention
while tearing us limb from limb.

To life.

Translation: Jurgita Po.Alessi
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