Ne’ “I luoghi dove l’acqua con altra acqua si confonde”: un’intervista a Riccardo Duranti

Intervista a Riccardo Duranti

Molti scrittori sono figli del loro tempo e niente di più. Bisogna leggere le loro opere, dunque, come se fossero legate e circoscritte solo a determinati luoghi e momenti. Ce ne sono altri, invece, sempre attuali e che guardano al futuro regalandoci ogni volta nuovi spunti di riflessione. Anch’essi sono figli del loro tempo, ma a differenza dei primi riescono ad insediarsi nella memoria e nel cuore di ognuno di noi stabilendo un dialogo indelebile e duraturo.

Raymond Carver è uno di questi; le sue parole, infatti, sono capaci di dare una voce così reale e profonda ad ogni personaggio in cui risulta quasi impossibile non rimanere coinvolti. Questa forza emotiva e atemporale è stata resa magistralmente anche nella traduzione italiana, curata dall’invidiabile penna di Riccardo Duranti.

Il traduttore, poeta e narratore, originario della Sabina, ha iniziato la sua carriera insegnando Letteratura inglese e Traduzione Letteraria presso La Sapienza di Roma. Nel 1996 ha vinto il prestigioso Premio Nazionale per la traduzione del Ministero dei Beni Culturali e nel 2013 ha iniziato a lavorare anche come editore aprendo la casa editrice Coazinzola Press. Da diversi anni, inoltre, tiene lezioni al corso di perfezionamento Tradurre la letteratura della Fondazione Universitaria San Pellegrino.

Di Carver, tra i numerosi titoli tradotti, vanta anche la preziosa raccolta di saggi Il mestiere di scrivere, opera in cui scopriamo un autore dotato di una forza tutt’altro che casuale. Carver sa ciò che fa. Lo dimostrano i corsi di Creative writing di John Gardner frequentati all’università e le lezioni che, anni dopo, tenne per i suoi studenti nel prestigioso Iowa Writers Workshop.

Sempre dell’autore americano, Duranti ha curato anche la splendida raccolta di short stories, Beginners (Principianti), nota anche per una questione editoriale assai controversa. L’editor Gordon Lish deviò le intenzioni letterarie e stilistiche di Carver tagliando molte parti e trasformando persino il titolo dell’opera in What we talk about when we talk about love. La fama di Carver crebbe, le storie piacquero e lui fu etichettato come minimalista. Per scrollarsi di dosso quell’etichetta, peraltro sempre rifiutata dall’autore, sono dovuti passare quasi trent’anni.

Ora Carver non c’è più ma sua moglie, la scrittrice Tess Gallagher, ha continuato a combattere la sua battaglia rendendogli finalmente giustizia. Nel 2009, infatti, è stato pubblicato il manoscritto originale, Beginners, così come Carver l’aveva concepito e messo su carta.

A seguire l’intervista a Riccardo Duranti per capire meglio l’importanza del suo lavoro e il valore di uno scrittore ancora poco conosciuto.


Cominciamo con una doppia domanda. Lei ha iniziato il suo percorso come docente universitario. Come si è trovato, e si trova, in questa nuova veste di traduttore?

In realtà, la veste di traduttore la indosso ormai da più di 40 anni. È stata un’attività che ho portato avanti parallelamente a quella di docente, anche con frequenti incroci e innesti reciproci. Non è mai stata un’attività di sopravvivenza, ma un modo per esercitare e allargare la mia sconfinata curiosità nei confronti delle capacità cognitive del linguaggio e degli scambi proficui tra culture diverse. Sono convinto che tradurre sia un atto di mediazione e di critica profonda di un testo, non dissimile, quindi, dall’insegnamento di testi letterari.

Come è iniziata la sua attività di traduzione dell’opera omnia di Raymond Carver?

È iniziata come un prolungamento dell’amicizia con lo scrittore. In occasione della sua visita in Italia nel 1987, Ray mi lasciò il manoscritto di un suo racconto ancora inedito da tradurre per Arsenale, la bellissima rivista di un comune amico, Gianfranco Palmery. Quella fu la prima e unica traduzione di Carver che feci mentre lui era vivo. Si trattava infatti di “Errand” (“L’incarico”) che poi si è rivelato essere, ahimè, l’ultimo racconto che lui abbia mai scritto. Tra l’altro un racconto che segna una svolta nella sua narrativa (abbandona il setting della provincia americana profonda che l’ha reso famoso e tenta una ricostruzione degli ultimi anni di vita del suo autore preferito, Anton Cechov). Svolta che Carver non ha avuto modo di continuare per il sopravvenire della malattia e della morte – tra l’altro quasi evocata in parallelo con quella del suo idolo letterario.

Dopo ho tradotto due suoi libri (Fires e i racconti postumi) e si è trattato di uno strano processo di elaborazione del lutto, un tentativo di recuperare una voce amica perduta. La cosa non è evidentemente sfuggita alla sensibilità di Tess Gallagher che voleva evitare la diaspora di voci italiane del marito (6 libri tradotti da 5 traduttori diversi!) e, quando si è trattato di rivendere i diritti di traduzione, ha fatto inserire una clausola nel contratto per cui le opere dovevano essere ri-tradotte da una stessa persona, indicando me come l’interprete più adatto all’impresa.

Oggi in Italia in che cosa e come è cambiato il rapporto tra editori e scrittori?

Secondo me è avvenuta una frattura nel rapporto circolare ed equilibrato che dovrebbe legare non solo editori e scrittori, ma anche i lettori, terza variabile essenziale nell’equazione. Idealmente, l’editore dovrebbe essere la figura mediatrice tra gli altri due poli e le tre variabili dovrebbero avere pari dignità. Purtroppo, con la presa di potere dei manager sugli editori puri, questo equilibrio è stato spezzato. In nome del profitto e dell’industrializzazione della cultura, gli editori si sono arrogati la prerogativa di egemonizzare le altre componenti, pretendendo di imporre sia agli scrittori che ai lettori quello che devono scrivere e leggere. Ritengo che questo atto di prepotenza sia alla radice dell’attuale crisi dell’editoria.

Lasciando da parte la prevedibile domanda sull’importanza e l’utilità di frequentare corsi di scrittura creativa oggi, qual è secondo lei il più grande insegnamento che Carver ci ha lasciato?

Ritengo che l’insegnamento più importante che ci ha lasciato Ray sia quello di insistere, nonostante tutto, a seguire la propria vocazione, il proprio bisogno, di testimoniare, di raccontare, di capire.

“Si deve essere bravi nel proprio mestiere quando si trasformano le storie della propria vita in narrativa. Bisogna essere molto audaci, avere grandi capacità immaginative ed essere disposti a dire qualsiasi cosa su se stessi. Ai giovani si raccomanda sempre di scrivere di cose che si conoscono bene, e che cosa si conosce meglio dei propri segreti?”, scrive Carver in un estratto dell’intervista contenuta in Carver Country di Bob Adelman, progetto nato dall’incontro tra il fotografo e l’autore americano. Cosa rappresentano per lei quelle foto? Cosa pensa del rapporto tra letteratura, fotografia o arti visive in generale?

Le foto di Adelman sono un di più, utile fino a un certo punto, per conoscere il mondo che Carver ha già magistralmente rappresentato nei suoi racconti e nelle sue poesie. Possono essere utili conferme, ma il fatto principale resta l’immagine mentale che ogni lettore si è creato al momento di leggere i testi di Carver.

I rapporti tra le varie arti possono essere molto complicati e dipendono da innumerevoli variabili. Mi interessano molto quelli interni a uno stesso autore che riesca a esprimersi con mezzi diversi per rafforzare la propria testimonianza. Sono interessanti anche le “traduzioni” che artisti diversi fanno dell’opera di altri, specie se ne danno un’immagine autonoma e non sono solo una mera illustrazione dell’originale (penso per esempio, al lavoro fatto da Robert Altman sulle opere di Ray).

Tra i principali titoli e i tanti autori tradotti ci regala un aneddoto legato alla traduzione di una loro opera?

Nella mia lunga carriera, di aneddoti basati su questa attività ne potrei raccontare a migliaia. Ma forse il mio preferito è quello legato a un episodio un po’ sconcertante avvenuto verso la fine della mia versione di The Story of an African Farm (Storia di una fattoria africana), di Oliver Schreiner, il primo romanzo “importante” che ho tradotto. Ero rimasto solo nella mia casa di campagna e lavoravo a uno degli ultimi capitoli che segue una delle protagoniste mentre fa le pulizie all’interno della fattoria. Be’, la cosa strana è che nel racconto a un certo punto si leva una tempesta di vento intorno alla casa in cui si trova il personaggio. La tempesta è in un certo senso fa da colonna sonora alla scena e costituisce un indiretto commento sulla situazione della ragazza tormentata dai propri pensieri; ne segue e ne dirige, al tempo stesso, lo stato d’animo. Be’, la cosa strana e inquietante è che, mentre traducevo, una tempesta di vento effettivamente si è scatenata anche all’esterno della casa in cui io mi trovavo. Non solo, ma mimava esattamente l’intensificarsi o l’abbassarsi del vento narrato dalla scrittrice sudafricana un secolo prima. Man mano che traducevo, anche la natura “riproduceva” e imitava l’azione che era descritta nel romanzo. E quando ho finito il capitolo, sono uscito e il vento fuori era cessato del tutto. Fu un’esperienza molto inquietante, ma in un certo senso anche una prima conferma esterna dell’aspetto paradossale e “magico” dell’attività di traduzione.

Ci racconta di un personaggio che l’ha particolarmente coinvolto o a cui si è particolarmente legato?

Anche qui, avrei l’imbarazzo della scelta nell’affollata galleria di personaggi cui ho dovuto prestare le parole in italiano. Ma, forse, uno dei personaggi che mi ha più coinvolto emotivamente è stato quello di Ninon, la protagonista del romanzo To the Wedding (Festa di nozze), di John Berger. Ricordo nitidamente che qualche giorno dopo aver portato a termine la traduzione, mi sono reso conto di soffrire d’un disagio profondo, analogo a quello che si prova al momento della perdita di una persona amata. Però non sapevo a cosa attribuirlo esattamente, finché non parlai al telefono con l’autore e nel bel mezzo del discorso mi venne spontaneo da dirgli: “John, mi manca tanto la Ninon!” L’avevo compreso solo in quel momento e ho sentito il bisogno di condividerlo con l’unica altra persona che poteva capirmi. Infatti, anche John si commosse e mi rispose: “Eh, manca tanto anche a me.”

Per finire, un consiglio per chi vuole intraprendere il suo stesso mestiere.

L’unico consiglio che mi sento di dare a chi fosse abbastanza incosciente da scegliere un mestiere così difficile e maltrattato come quello del traduttore letterario è di considerare seriamente la propria vocazione e i motivi che spingono a intraprenderla. Di investigare le condizioni di lavoro e la situazione corrente dell’arte, di frequentare forum, confrontarsi e accumulare informazioni sia da altri principianti che da traduttori con una certa esperienza, armarsi di infinita pazienza, mettersi alla prova e sperare che la fortuna sia dalla vostra parte.

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