Banchetto per gli occhi – La rappresentazione del cibo nell’arte

Autunno: la raccolta dell’uva, Tacuinum Sanitatis, Vienna, Biblioteca Nazionale

Dal 2013, il magazine Bastart è media partner del Festival dell’Illustrazione di Pavia. L’articolo di oggi presenta la versione completa di un interessante saggio.


Per un errore materiale, il bel saggio della dottoressa Elisabetta Parente “Banchetto per gli occhi – La rappresentazione del cibo nell’arte”, è stato pubblicato sul catalogo della mostra del Festival dell’Illustrazione di Pavia privo di due immagini fondamentali:  “Storie della Passione: Ultima Cena” di Pietro Lorenzetti  e  “Al chiaro di luna” di Glauco Cambon. Ci scusiamo con l’autrice e vi invitiamo  a leggere la versione integrale.

Neva Kolman – Ideatore e organizzatore del Festival


 

In ogni tempo e in ogni luogo, nell’ambito della creatività umana, le relazioni interdisciplinari sono sempre esistite: i linguaggi si confrontano, le specifiche discipline si interrogano e gli artisti cercano, e molto spesso ottengono, nel dialogo sinergico con l’altro da sé un aumento della potenza espressiva della loro ricerca.

Il legame fra arte culinaria e arti figurative è molto più stretto di quanto si possa immaginare. Si tratta di una relazione secolare che affonda le sue radici nella tradizione classica del fare pittura. Basta sfogliare Il Libro dell’Arte di Cennino Cennini per rendersi conto che i cuochi e i pittori facevano uso delle stesse materie prime e di analoghi strumenti. Il libro, composto dal pittore veneto sul finire del XIV secolo, è uno dei più interessanti manoscritti in cui si tramandano le tecniche delle botteghe artistiche medievali: nelle sue pagine s’incontrano lo zafferano, utilizzato per estrarre il colorante giallo e il ginepro, dalla cui resina si produceva una ottima “vernice liquida”, adatta a rendere brillanti i colori; viene descritto il mortaio, indispensabile per la macinazione dei minerali dai quali si ricavavano le polveri coloranti; è spiegato come ottenere buona carbonella, pregiata non solo per cuocere le carni o il pesce, come ben sapevano i cuochi, ma indispensabile anche per fare carboncini da disegno o per preparare i pigmenti neri degli inchiostri. L’elenco potrebbe continuare con il vino, il miele, il latte, la mollica del pane, le uova che non sono solo alimenti necessari per un buon banchetto, ma anche gli ingredienti fondamentali per gli impasti cromatici e la tavolozza di un abile pittore.

Nell’antichità spesso ci si riferiva ai manuali come quello di Cennino Cennini definendoli “ricettari” – in quanto fornivano ricette per il buon operato dell’artista -, ulteriore testimonianza che il mondo dei fornelli e il mondo dei pennelli s’incontrano anche sul piano della terminologia.

Di un’opera, il cui supporto ligneo è stato trattato con pigmenti colorati sciolti in olio di noce, lino o papavero, diciamo correttamente che è un “olio su tavola”, immagine che parallelamente suggerisce la visione di una tavola imbandita.

Alla stregua di una gustosa pietanza, spesso definiamo “buono” un bel dipinto, preparandoci a “mangiarlo con gli occhi” quando la sua bellezza richiede tutta la nostra attenzione.

Le papille gustative dell’universo culinario tracciano sentieri che mirabilmente s’intrecciano con le trame dell’arte,  come ben sapeva il pittore e critico tedesco Anton Raphael Mengs che scrisse: “IL gusto della pittura può essere, come quello della gola, assuefatto bene o male, poiché l’occhio si avvezza come la lingua. Bevande o cibi forti rovinano il gusto, ma cibi leggeri conservano il delicato senso della lingua. Così è nella pittura: cose esagerate e sovraccariche rovinano il gusto dell’arte”.

L’orientamento neoclassico non poteva che spingere il Mengs, vissuto nel XVIII secolo, a sostenere la correttezza universale di un gusto misurato, classico, lontano dagli eccessi.

Oggi i gusti sono cambiati, tanto in arte quanto a tavola, ma il legame fra cultura del cibo e bottega dell’arte mantiene intatto ai nostri occhi la sua gustosa evidenza e, consapevoli di ciò, gli artisti hanno spesso eletto il cibo a soggetto delle proprie opere.

Nella storia dell’arte esistono interessantissime rappresentazioni degli alimenti di cui l’uomo si è sempre nutrito: erbe raccolte dalla terra, frutti colti dagli alberi, primizie vendute al mercato, ogni tipo di specie animale che fa bella mostra di sé nelle nature morte.

 

2.Ricotta: preparazione,   Tacuinum Sanitatis, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia
Ricotta: preparazione, Tacuinum Sanitatis, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia

Nei Tacuina sanitatis, che sono la più ricca testimonianza della vita e dei costumi medievali, sono raccolte le norme del vivere bene e primariamente viene indicata, come regola fondamentale, il nutrirsi correttamente. Affinché ciò avvenga, bisogna conoscere gli alimenti, coglierli nella giusta stagione, saperli trattare. Il testo è puntualmente accompagnato da splendide miniature che mostrano non solo le figure all’opera nella raccolta dei frutti o nella preparazione del cibo, ma anche personaggi intenti a godersi il prodotto di tale fatica. I Tacuina sanitatis sono indubbiamente uno di quegli esempi in cui, come sottolineato anche da Ivo Milazzo nel suo intervento, la fascinazione grafica e cromatica dell’illustrazione aumenta esponenzialmente il potere comunicativo della parola.

 

Jeremias van Winghe, Domestica in cucina, 1635, olio su tela, cm 115x85, collezione privata
Jeremias van Winghe, Domestica in cucina, 1635, olio su tela, cm 115×85, collezione privata

Nel genere della natura morta, i pittori d’oltralpe seicenteschi furono dei maestri assoluti, come dimostra l’opera del tedesco Jeremias van Winghe. A dispetto del titolo “Domestica in cucina”, risulta evidente a chi si pone di fronte a questa “tavola” che il vero soggetto del dipinto non è la figura femminile, né tanto meno le persone ritratte sullo sfondo, bensì l’esposizione di ogni specie commestibile che l’artista ha riprodotto, con assoluta verosimiglianza, in primo piano.

Si tratta di un vero e proprio banchetto per gli occhi e, come il gatto che appoggia golosamente la zampa sulla carne, lo spettatore sente la tentazione di allungare la mano per prendere lo scintillante bicchiere o per servirsi di qualche oliva.

Molti anni fa, un simpaticissimo docente mi fece riflettere sul destino di polli, crostacei e selvaggina che servivano da modello ai pittori di nature morte. Fino a quel momento non mi ero mai resa conto, nell’analizzare un dipinto di quel genere, di trovarmi con molta probabilità di fronte a quello che da lì a qualche ora, pulito, ben frollato e sullo spiedo, si sarebbe trasformato nel pranzo e nella cena del pittore stesso.

Dall’antichità classica fino alle più recenti avanguardie, l’arte è costellata di banchetti di ogni tipo, dai cenacoli sacri legati al racconto della vita di Cristo alle tavolate profane e festose degli impressionisti fino alle surrealiste mense imbandite da Salvador Dalì o dagli esponenti del Nouveau Réalisme.

 

4.Pietro Lorenzetti, Storie della Passione: Ultima Cena, 1320, affresco, Assisi, Basilica inferiore
Pietro Lorenzetti, Storie della Passione: Ultima Cena, 1320, affresco, Assisi, Basilica inferiore

L’Ultima Cena di Pietro Lorenzetti, dipinta nella Basilica Inferiore di Assisi intorno al 1320, è un unicum nel suo genere.

Nel concepire ed affrescare l’ambiente che ospitò l’ultima cena di Gesù, il pittore senese sfoderò le radici gotiche della sua elegante cultura. Sotto squarci di cielo stellato, l’aulico spazio circolare è ornato con intarsi marmorei finemente dipinti e le sottili colonne in primo piano ospitano, alla sommità, slanciate figure a monocromo, tecnica che rimanda direttamente alla  scultura.

Alla preziosa architettura, assolutamente inverosimile dal punto di vista prospettico, l’artista ha affiancato un sorprendente spaccato di vita quotidiana: l’interno domestico di una cucina con il fuoco che arde, i servitori che ripuliscono i piatti, un cane che mangia gli avanzi. L’originale rappresentazione di Lorenzetti è una squisita testimonianza di come l’intera sfera riguardante il nutrimento, ovvero gli alimenti, gli strumenti e gli ambienti domestici di una cucina, fossero un bagaglio comune a tutti gli esseri umani e quindi i pittori, deputati a narrare per immagini, di questo bagaglio d’esperienza hanno potuto dare visione nelle loro composizioni.

Per quanto riguarda invece la rappresentazione di banchetti profani, anche limitando la selezione a quelli del XX secolo, la scelta è talmente ampia da potersi smarrire.

Ce n’è uno però che, a parer mio, pur non appartenendo alla pleiade dei famosissimi, spicca per la magica atmosfera che l’artista ha saputo trasfondere sulla tela.

Si tratta di un banchetto sui generis, in quanto Glauco Cambon, pittore triestino di fine Ottocento legato alle movenze del simbolismo, ha sensibilmente allontanato dall’occhio dello spettatore il tavolo e la mensa apparecchiata, creando intorno ad essa uno spazio vuoto e un tempo sospeso.

 

5.Glauco Cambon, Al chiaro di luna, 1917, olio su tela, cm 100x100, Trieste, Civico Museo Revoltella
Glauco Cambon, Al chiaro di luna, 1917, olio su tela, cm 100×100, Trieste, Civico Museo Revoltella

La balaustra, le colonne con rampicanti, l’accenno di scalinata che scende al mare fanno pensare ad una struttura alberghiera di primo Novecento, sulla cui terrazza ha luogo un romantico incontro notturno. Tutta la composizione è giocata sulla luce: quella naturale della luna che fa vibrare la superficie dell’acqua e che dà corpo all’ombra delle colonne sul pavimento; la luce elettrica dell’abat-jour dai rosati contorni evanescenti che illumina la coppia, dando risalto al sorridente volto femminile.

Non di banchetto si tratta, ma di vero convivio come indica il termine latino: “cum vivere”, ovvero quel “vivere insieme”, quell’entrare in armonia, quello scambiarsi emozioni e pensieri che la condivisione del cibo ha sempre favorito.

La tavola può essere imbandita o parca, intimamente vissuta o mondanamente affollata, può essere la rappresentazione di un realistico frammento di quotidianità oppure la suggestiva trasposizione di un desiderio; può trovare posto nella quiete delle pareti domestiche o essere la colorata protagonista all’interno di un caffè o di un ristorante… ma comunque li si rappresentino, i rituali legati al cibo e alla tavola riescono a creare legami, ad evocare atmosfere, a dare voce alle suggestioni.

“Non ci può essere un buon amore, una buona amicizia e una buona discussione se non c’è un buon pasto” scrisse Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé. Al suo elenco potremmo aggiungere anche un “buon quadro”, avendo constatato quanto le delizie del palato abbiano positivamente influenzato la creatività degli artisti.

Elisabetta Parente – Storica dell’arte

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