Fuori i secondi: entrino i dolci con gli amari e i caffè

Fuori i secondi

 


Non siamo nuovi a questo genere di imprese disperate.

Le ciambelle di salvataggio fanno bella mostra nei nostri salotti.

Il 28 marzo la giornata prometteva bene, calma apparente, mare forza qualcosa.

Cielo terso, nulla da segnalare sulla costa.

I contrabbandieri avevano appena scaricato un carico di romanzi di contrabbando sul litorale dell’Idroscalo. Questa volta, non l’avrebbero scampata.

Questa volta ci saremmo consegnati sino in fondo, sino alle ultime pagine. Mani in alto. Ispirati quindi dall’incontro-scontro dei Continenti che avevamo in mente di celebrare, dall’ospite che ci avrebbe fatto l’onore e il piacere, abbiamo preso il mare a bordo di un ring letterario, ci siamo fatti marinai di noi stessi al suono della campana, i remi stretti dai guantoni ed un solo urlo: Fuori i secondi!!

Al centro del ring, dalla deriva dei continenti, per un peso di 67 libbre (un classico), giunge quasi a nuoto l’australiano David Stavanger a.k.a. Ghostboy, uomo tutto d’un pezzo originario di Brisbane, città di ponti e grattacieli sull’acqua, terre del Queensland dove la vicinanza ai tropici inizia a farsi visibile.

Spoken poetry, quella di David, che all’archeologia da salotto letterario preferisce una doppia falcata con atterraggio ad effetto sul tavolo di legno, rialzandosi in piedi tra i pieni e i vuoti di birra, la bbirra, quella con le due ‘b’. Scandisce il tempo con il tacco della scarpa, quasi a ricordarci il ritmo visibile di un’oralità mai sepolta dietro le trame della scrittura. Stavanger canta dei funerali metropolitani di un criminale capace di far commuovere un’intera città, di folli corse in macchine alla velocità della luce, di donne con gli occhi bagnati di pianto. Oh what a beautiful death, go tell the others: il ritmo di un’epica urbana dalla metrica quasi rap, refrain che ancora ci batte nei cuori e nei cervelli – Oh what a beautiful death, go tell the others -. La forma ‘pura’ dell’ “opera poetica orale”, riprendendo alcune interessanti considerazioni di Zumthor in La presenza della voce (Il Mulino, 1984), ciò che “sussiste nella memoria dopo che le parole si sono taciute”. Il gesto di una performance che oltrepassa i confini della scrittura per riconquistare gli spazi dimenticati della voce.

Così, con cotanta presenza, ed epica critica letteraria romagnola, andavamo incontro al nostro destino. Segnati noi, come il nostro destino, segnato oramai da anni di sperimentazioni e naufragi letterari in quel teatro diurno che è via Spartaco.

È stata così organizzata una serata letteraria come non se ne vedevano da alcuni anni, come il quartiere di via Venini, vicinanze Caiazzo, non ne ricordava da alcuni altri. Al Tempio d’Oro è stato il locale prescelto, consigliato da un amico e quindi rispondente perfettamente al tradizionale motto: “Con certi amici fai a meno dei nemici” (V. C.). Diffidate degli amici, soprattutto quando vi presentano i loro amici.

Il locale ci accoglieva presto in serata, accoglieva i nostri cappelli, ed in qualche caso capelli, bagnati. Paolo El Mavre Colavero, Massimiliano Mister Mandorlo e Mr. David GhostBoy Stavanger, accompagnato dalla sua gentile signora, aprivano le danze al bancone. Creavano il conto autori e lettori al bar, che ha poi finito per ospitare nel totale anche tassisti, parcheggiatori, prostitute di fuori e turisti di dentro. Qualche passante curioso.

Si faceva la scaletta, si montava il palco, i microfoni alle prime soffiate.

Le prime birre corrette. Ghostboy alla prova della Sambuca.

Qualche ospite andava quindi arrivando, Massaroni Pianoforti e Davide Bollicine Ferrari, preceduti ed inseguiti da stuoli di ragazzine, urlanti. Lorenzo Babinski Babini, sempre con il suo biglietto per la Toscana in tasca, Agostino Alla Chiara Fonte Colombo e gentile signora, sorridenti e sorpresi di tutto quel baccano quando ancora non s’erano principiate che le prime strette di mano.

Amici, nemici, quasi amici e amiche prendevano intanto posto ai tavoli fronte palco. Qualcuno provava gli assaggi, in molti controllavano la scadenza del proprio passaporto.

Presto tutti i lettori letterati facevano il proprio ingresso alla scialuppa. Davide Goldboy Ori e Daniele Ciacci, uomini provati dalle traversate, presero posto e lasciarono con noi il molo. Sciogliemmo gli indugi e le cime che già eravamo bagnati di schiuma. Di pioggia di fuori e di dentro.

La Capitaneria di Porto aveva intanto già provveduto a circondare il locale.

Una breve presentazione e poi, uno ad uno, capitolammo tutti. Chi prima, chi dopo, ognuno si prese la propria dose di fischi e applausi, di sussurri e di fama. Ortaggi di stagione. Applausi per tutti. Le luci della ribalta per qualcuno, per qualcun’altro solo gin e birra, come tradizione piratesca vorrebbe. Per altri la ribalta e basta.

I dialetti si fecero largo nella caduta, a parlare lingue di profondità. Caddero bicchieri senza rompersi. Vetri colorati passavano in coda d’uomini, dal bancone al palchetto dei nostri.

Poi, improvvisa come sempre, la disfatta. Programmata. Qualcuno fuggì già alle 21 con l’ultimo drink in mano, diretto alla Centrale arenata di fronte a Pisani a bordo di LUCCA 19. Altri si lasciarono andare al canto delle sirene. Come non ci fosse notte e giorno dopo, il pubblico attese che il naufragio si compisse. Senza fretta.

La terra troppo prossima, promessa di incaglio. Premessa scontata.

Non per le sirene, che, come noto, sono meglio viste da lontano.

Massaroni Pianoforti, che ci piace ricordare come voce e chitarra a fondo del natante oramai inclinato, si narra sia ancora ostaggio delle omeriche e scogliate bellezze d’un tempo.

Chiusero la festa il Mister e Ghostboy. O meglio, Ghost Boy chiuse la festa. Al Mister, uomo del sud e del Mediterraneo, fu fatta la festa dal gentile barman, al presentargli il conto di cui sopra. Conto oceanico.

Ci riunimmo così, dimenticando a casa l’orgoglio. Portando con noi solo noi stessi e le nostre parole di sempre, quelle di dentro e del fondale. Parole corrette da un sottile accento di gin. Per come insegna Lou Reed.

Perdemmo nella traversata gli abiti ed i costumi, le maschere ed i lumi della ragione. Vennero come sempre a galla però, illuminate ed attratte dalle lampare della nostra coscienza e del nostro dire, le parole importanti. Venne in superficie il nostro dire. Quello del dialetto personale, dei viaggi interminabili, dell’Australiano fantasma e della sua principessa bionda che, prima delle letture, dorme sempre un po’ alla base del palco.

Restammo così, compagni al suo sonno romanzato (ci facesse solo un po’ di posto, la principessa bionda). Alla base del palco, come duro cuscino avemmo la chiglia del nostro, sciagurato, natante letterario.

Ancora una volta andato, sacrificato alle sacre, e marine, lettere da sbarco.



 

Andy torna a casa

 

Che morte grandiosa, corri a raccontarlo a tutti

la sorpresa di tuo fratello di non trovarti

morto sepolto in un fosso, rotolato in una cunetta

con un proiettile nel cervello

la notizia si sparge per i quattro quartieri di questa citta’

che una volta hai chiamato casa

 

non avevi il cranio sfondato in una rissa

o spappolato in un frontale con un camion

fatto di coca, meravigliosamente innamorato

 

Che morte grandiosa, corri a raccontarlo a tutti

non morire per mano propria o per mano di un altro

niente amanti pazze pronte ad accoltellarti alla gola

gettando il tostapane in una vasca da bagno crepata

 

la bocca intubata,

niente strippers o giochi di carte

per svuotarti le tasche

 

Che morte grandiosa, corri a raccontarlo a tutti

tua madre ricevera’ un corpo in una borsa quest’anno

lei non ti aveva mai visto risparmiare un centesimo

i tuoi ragazzi di cui conoscevi il nome, una moglie fedele

un buon posto di lavoro

e pure il tuo ennesimo sorriso quando lei telefonava

mandando cartoline per tutte le grandi occasioni

 

      Che morte grandiosa, corri a raccontarlo a tutti

non morire da solo o tra la folla

non essere sepolto in una bara economica di pino

o avere il tuo funerale pagato per scherzo dai poliziotti: hai anche

avuto un elogio funebre dove uomini in cravatta piangevano come se

tu li avessi cambiati in piccolo, dove la spazzatura ti fu piazzata delicatamente

sul torso come per avvolgere un neonato e la stampa locale era li’ non per riportare

la fine di un crimine di poco conto o di un episodio selvaggio di cronaca, ma per piangere un membro della loro societa’ e parlare della tua sobrieta’e del tuo vantaggio letale e velocita’su e giu’ per il campo da squash, tu che hai sparato a un ragazzino quando eri ancora un bambino, tu che saltavi le staccionate quando gli altri costruivano muri, tu che ascoltavi i Ramones e guidavi da Cronulla a Loftus al doppio della velocita’ della luce senza la cintura e ad occhi chiusi, tu che hai gettato i buttafuori giu’ dai balconi e avevi ogni volta donne con occhi bagnati di pianto e i pugni alzati, tu che mi hai insegnato a rubare carte di credito e quando e dove usarle, tu che sembravi Richard Gere ─ sempre gentleman e gigolo’, tu che non hai mai conosciuto i tuoi genitori e tenevi un cucchiaio di cristallo e una pipetta sotto il cuscino, tu che non mi hai mai messo le mani addosso ma lo hai fatto con quelli che ci hanno provato su di te, tu che nessuno aveva piu’ visto per 20 anni da quando sei scomparso dopo il tuo ultimo tentativo di rapire tuo figlio, tu che facevi faville ai party con quel tuo fascino da truffatore senza pieta’, tu che sei morto in un ospedale e non in fuga, le cui ultime parole si arresero silenziosamente e dolcemente, e i cui resti saranno sparsi dai piccioni ai quattro angoli di questa citta’ che tu una volta hai chiamato casa, rifiutando di giacere sei piedi sotto terra, e a cui il cielo mai concedera’ assoluzione per avergli rubato

 

 

l’attenzione

 

Articolo: Massimiliano Mandorlo, Paolo Colavero
Traduzione: Massimiliano Mandorlo

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