Everyday arts & poetry magazine

Quando vieni a me

Dankwart Bakermat - Memory in the attic

Dankwart Bakermat – Memory in the attic


When You Come

by Maya Angelou

 

When you come to me, unbidden,
Beckoning me
To long-ago rooms,
Where memories lie.

 

Offering me, as to a child, an attic,
Gatherings of days too few.
Baubles of stolen kisses.
Trinkets of borrowed loves.
Trunks of secret words,

 

I CRY.

 

 

Quando vieni a me

 

Quando vieni a me, spontaneamente,

mi inviti

nelle stanze di tanto tempo fa,

dove giacciono i ricordi.

 

Mi offri, come a un bambino, una soffitta,

collette di giorni, troppo pochi.

Ciondoli di baci rubati.

Gingilli di amori presi a prestito.

Bauli di parole segrete,

 

PIANGO.


La meravigliosa poesia di Maya Angelou Quando vieni a me è uno spiraglio della memoria che si apre improvvisamente e lascia entrare un bagliore, tenue ma ancora vivo, potente e emozionante.

Tutti i versi, fino al penultimo, creano quella tensione che riempie di energia e significato l’ultima parola del testo: PIANGO. E non è un caso che l’autrice stessa la scriva in stampatello. Come se l’impulso alle lacrime fosse l’epicentro attorno al quale si dipana il ricordo. È la reazione fisica ad un processo emotivo e mentale che all’inizio sembra essere trattenuta per poi liberarsi, finalmente, solo all’ultimo verso.

La forza di quel verbo, piangere, all’indicativo presente, lascia la poesia e la situazione sospese in una bolla: quella di un tempo naturale, reale, che segue il ritmo organico e animale del corpo, spesso prigioniera di un’altra artificiale, più razionale e illusoria: la bolla del tempo scandito dalle lancette dell’orologio.

Nella seconda parte della poesia il lettore è portato in una soffitta piena di ciondoli, gingilli e bauli di parole segrete. C’è spazio per una riflessione sul tempo: quello dei bambini, in cui ci si perde tra i giochi e nei giochi; in cui si va oltre se stessi e allo stesso tempo si è pienamente presenti a se stessi.

Il grande poeta Mario Luzi scriveva:

Noi siamo quello che ricordiamo. Il racconto è ricordo. Il ricordo è vivere.

Quindi il ricordo non diventa una fuga o una temporanea vertigine spazio-temporale mista a nostalgia. Il ricordo è una narrazione assoluta perché trascende lo spazio e il tempo.

La poetessa non dà una connotazione positiva o negativa al ricordo del passato. Nonostante si avverta una sensazione di perdita, è comunque vista in maniera realistica, naturale. Come un fatto da cui un essere umano non può prescindere: il tempo che passa.

La descrizione termina, come già detto, con PIANGO. E da qui, nello spazio bianco oltre il punto, gli scenari potrebbero essere infiniti. La forza di quelle lacrime potrebbe essere il modo, l’unico, per ridare linfa vitale al ricordo che si palesa come uno schianto di vita vissuta. Allo stesso tempo, come un rituale di purificazione, potrebbe essere il modo per liberarsi definitivamente proprio da quella nostalgia e senso di perdita. Non è una via per dimenticare, il che equivarrebbe a rivivere una visione all’infinito, ma per osservare in modo pulito la propria esistenza senza cercare a tutti i costi una spiegazione. Come quando di fronte alla vita si piange commossi col coraggio di non farsi domande. Senza sapere esattamente il perché.



Traduzione: Davide Ferrari
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