Bastart incontra Umani a Milano

"Intervallo: Duomo di Milano." Photo credit Umani a Milano

In principio era Humans of New York, poi vennero gli altri: Humans of Paris, Rome, London, Helsinki, Berlin, Buenos Aires, Karachi, Khartoum, Mosca, Sydney, Tel Aviv, Fiji Islands… In poco più di 2 anni, la mappa mondiale degli Humans era compiuta. L’unica che ne restava fuori – intatta ed immune al nuovo fenomeno social – era Milano, con un immaginario “WTF” al posto della bandierina Humans of Milan. Come se i suoi umani non avessero né facce né storie da raccontare. Noi sappiamo, però, che non era vero: ce n’erano tante e bellissime, mancava solo qualcuno che le sapesse ascoltare e raccogliere

E voilà, Bastart riapre la saga degli Humans con un nuovo incontro: Stefano D’Andrea, l’autore del progetto Umani a Milano.


Intervista

Complimenti per il tuo progetto. Raccontaci come è nata l’idea.

“E se c’è un termometro della potenza di una città, è la tristezza delle persone che la vivono.”

Stefano D’Andrea, Lamericano

Venivo dalla pubblicazione di un libro su New York e Milano, un atto d’amore verso quello che c’è oltreoceano ma senza commiserazione verso ciò che c’è qui, e mi sono imbattuto in HONY. Ho pensato che replicarlo per Milano mi avrebbe aiutato a comprenderla e forse a re-innamorarmi di lei. Conoscendola meglio e uscendo dagli stereotipi che fregavano anche me.

Come scegli i tuoi umani? Cerchi personaggi o particolari insoliti?

Passeggiare in piazza Baiamonti non è come farlo a Unione Square, ma non ha importanza. Se fermi lo sguardo più di due secondi su una persona qualsiasi puoi trovare motivi di interesse, se hai lo sguardo curioso.

Mi interessano le persone “normali ma non troppo”. Di certo evito chi si agghinda per farsi notare, le donne troppo belle, gli uomini troppo tatuati, e quelli che sembra ti dicano fotografami ne valgo la pena. Ma evito anche tutte le persone che mi sembrano troppo uniformi e normalizzate.

È difficile far parlare le persone e tirare fuori le storie? Foto + caption: quale delle due è più importante?

Io racconto storie da sempre, l’immagine più la didascalia è solo un modo nuovo per farlo. Lamerikano era basato su miei scatti, dai quali discendeva un pezzo. Così ho cominciato anche per UAM, fotografando i miei amici e chiedendo loro qualcosa di piccolo ma privato. Non è alieno da UAM la mia ormai antica collaborazione con Matteo Caccia e il suo programma Voi siete qui, in onda su Radio 24. Matteo è un amico e un talento.

Andando avanti e uscendo sui marciapiedi ho avuto bisogno di qualcuno che scattasse una foto senza sbagliare, in pochi secondi, magari in condizioni di luce precarie. Un paio di fotografi professionisti che hanno intercettato UAM fin dall’inizio mi hanno proposto di lavorare con me e io li ringrazio ancora, ma ho preferito chiedere aiuto ad Andrea Tilaro che si sta ancora costruendo un’arte ma è preciso, entusiasta e ha un occhio freddo e lucido.

“Il mio timore era che la personalità del fotografo stridesse con la mia e mi mettesse in secondo piano. Andrea è il mio sguardo.”

Noi lavoriamo così: io intercetto una persona che valuto interessante e le chiedo se possiamo fotografarla, parlandoci e spiegando il progetto. L’iniziale resistenza di solito diminuisce con la presentazione del biglietto da visita e la nostra faccia da bravi ragazzi. Poi dirigo Andrea su posa e sfondo, ma per il resto gli lascio autonomia. La gente è molto più disponibile di quanto pensassi.

Umani, non Persone. Cosa significa per te questa distinzione?

Me lo hanno chiesto di recente in una conferenza che ho tenuto in un circolo culturale milanese e ho risposto che per me era come dire “Animali allo zoo”. Il mio è lo sguardo di un antropologo, tutto sommato.

Umani, non Humans: questa sembra una delle domande più ricorrenti di chi visita la pagina Facebook di UAM. Se non ne sei ancora stanco, potresti regalare una risposta anche a Bastart: perché scegliere un nome italiano quando il mondo intero segue la “formula” di Brandon Stanton?

Questo è un progetto che nasce da un’idea forte che arriva guarda caso dall’America, ma che si sviluppa attraverso il mio lavoro quotidiano in mezzo agli sconosciuti. Esistono varie pagine Humans ma io ne vedevo i limiti legati all’emulazione.

“C’è una caratteristica che non amo di HONY: ci sono alcune domande ricorrenti (“Che suggerimento daresti a un gruppo di persone?” o “Qual è stato il momento più triste della tua vita?” ad esempio). Non mi piace che siano staccate dall’incontro e che rischino una deriva melodrammatica.”

Credo sia opportuno dare omaggio a Brandon Stanton, con il quale sono in contatto, e cerco di farlo settimanalmente condividendo una sua foto sulla mia pagina Facebook, ma Umani a Milano è un progetto indipendente. Ecco perché non ho timore che qualcuno rubi l’idea, perché non è rubabile. Le idee girano. È il “come si realizzano” che fa la differenza.

Progetti o obiettivi futuri?

Non ci sono obiettivi se non quello di condividere storie, ma come tutte le imprese sincere e appassionate sarà UAM a indicarci come vuole crescere.

Umani a Milano riassunto in cinque parole?

“Amo la mia prossima fotografia.”

Secondo te, il fenomeno Humans si avvicina di più a Wikipedia o Google Maps?

Bella domanda. Forse direi L’Antologia di Spoon River.


“Mi chiamano D’Artagnan o il quinto moschettiere, e a me non piace. Ma non mi taglierò certo il pizzetto per colpa loro.”

Photo credit Umani a Milano
Photo credit Umani a Milano

“A Chinatown la gente è abbastanza restia a farsi fotografare, ma ci sono comunque molte tracce di umanità che posso riportare. Per esempio questi “misteriosi” annunci.”

Photo credit Umani a Milano
Photo credit Umani a Milano

“No, non mi metto in posa. Ho detto di no. Non sono fotogenica. Mi vergogno. No, dai. Mmmh dai per favore. Va bene. Ok va bene però non sto in posa. In posa no. Io faccio le mie cose e tu fai quel che ti pare. Però non me ne devo accorgere.”

Photo credit Umani a Milano
Photo credit Umani a Milano

“Non  fotografate me, fotografate lui, io sono tutto in disordine” (era molto ordinato ed elegante)
“Come si chiama?”
“Kiyoshi come Kurosawa, ma non quello famoso.”
“E’ bello,”
“Sì ma è meglio non accarezzarlo, non è buono.”

Photo credit Umani a Milano
Photo credit Umani a Milano

“Era mezz’ora che si stavano passando e contendendo un pallone da allenamento per le giovanili. Per la foto gliene ho dato uno più grosso e più bello, il pallone ufficiale del campionato italiano di rugby. Loro si sono messi in posa senza poterlo toccare ma con un unico pensiero: non appena avessi dato loro in consenso si sarebbero gettati sull’ovale in una mischia furiosa. E così è accaduto. Questo è l’attimo precedente.”

Photo credit Umani a Milano
Photo credit Umani a Milano

“Sto tornando dal Centro Sociale. Io canto in un coro. Sono elegante? Non lo so, io vesto sempre così.”

Photo credit Umani a Milano
Photo credit Umani a Milano
Per saperne di più, visita la pagina Facebook di Umani a Milano o il sito Tmblr del progetto. 
Testo e intervista: Jurga
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