Anime claudicanti

Thank you Uncle Willie

Willie

By Maya Angelou

 

Willie was a man without fame

Hardly anybody knew his name.

Crippled and limping, always walking lame,

He said, “I keep on movin’

Movin’ just the same.”

Solitude was the climate in his head

Emptiness was the partner in his bed,

Pain echoed in the steps of his tread,

He said, “I keep on followin’

Where the leaders led.

“I may cry and I will die,

But my spirit is the soul of every spring,

Watch for me and you will see

That I’m present in the songs that children sing.”

People called him “Uncle,” “Boy” and “Hey,”

Said, “You can’t live through this another day.”

Then, they waited to hear what he would say.

He said, “I’m living

In the games that children play.

“You may enter my sleep, people my dreams,

Threaten my early morning’s ease,

But I keep comin’ followin’ laughin’ cryin’,

Sure as a summer breeze.

“Wait for me, watch for me.

My spirit is the surge of open seas.

Look for me, ask for me,

I’m the rustle in the autumn leaves.

“When the sun rises

I am the time.

When the children sing

I am the Rhyme.

 

 

Willie

 

Willie era un uomo senza gloria,
difficilmente qualcuno conosceva il suo nome.
Storpio e claudicante, camminava sempre zoppicando;
diceva -Io continuo a muovermi,
mi muovo sempre allo stesso modo.-

La solitudine era il paesaggio nella sua testa,
il vuoto era il suo compagno nel letto,
il dolore faceva eco ad ogni suo passo;
diceva -Io continuo ad andare
dove i capi mi condurranno.-

-Potrei piangere e morirò,
ma il mio spirito è l’anima di ogni primavera,
guardatemi e vedrete
che io sono nel canto dei bambini-

La gente lo chiamava Zio, Ragazzo o con un Hey!;
Dicevano -Non puoi vivere così un solo altro giorno. –
Poi aspettavano di sentire cos’avrebbe risposto.
Lui diceva -Io vivo
nei giochi dei bambini.-

-Potete entrare nel mio sonno, popolare i miei sogni,
minacciare il mio riposo di prima mattina,
ma io continuerò ad andare e venire, ridere piangere,
sicuro come una brezza estiva-

-Aspettatemi, guardatemi.
Il mio spirito sono le onde del mare aperto.
Cercatemi, chiedete di me,
sono lo stormire delle foglie in autunno-

-Quando sorge il sole
Io sono il tempo.
Quando i bambini cantano
Io sono la rima.-


Willie è lo zio di Maya Angelou.

La sua caratteristica principale è il suo handicap: cammina con un bastone, la mano sinistra è atrofizzata e la parte sinistra del suo volto è paralizzata al punto da creargli difficoltà nel parlare.

Maya ha molti ricordi di questo personaggio affascinate e allo stesso tempo, per usare le parole dell’autrice, misterioso e imbarazzante per gli altri bambini che gli stavano intorno e che lo prendevano in giro.

Nonostante i problemi, Maya Angelou è tanto affezionata a quest’uomo da considerarlo una figura paterna. È con grande ammirazione che ne ricorda la serietà e la disciplina nell’insegnare le tabelline a memoria a lei e al fratello  Bailey Jr., (cui deve il soprannome di “Maya”, il vero nome dell’autrice è Marguerite Johnson) con la minaccia di bruciare le loro mani contro la stufa della cucina se non si fossero impegnati.

Ma in questa poesia la figura di Willie è un pretesto per parlarci di qualcos’altro: dell’uguaglianza e delle apparenze, del giudizio e della meschinità che spesso inquina l’animo umano; dell’orgoglio, della perseveranza e del coraggio: ma io continuerò ad andare e venire, ridere piangere, / sicuro come una brezza estiva.

Lo zio Willie è un uomo come un altro. Potrebbe essere il nostro zio, il vicino di casa, un detenuto, uno straniero o semplicemente uno sconosciuto tra i tanti che quotidianamente incontriamo per la strada.

Zio Willie non è soltanto il “diverso” dal punto di vista fisico. È l’altro da noi, quello che ci imbarazza e che ci spaventa, il capro espiatorio che ci permette di giudicare per evitare di dare una sbirciatina dentro noi stessi.

Maya Angelou ci incoraggia ad allenare lo sguardo perché possiamo sempre riuscire a vedere oltre le apparenze. Sembra dirci che il corpo è solo un involucro con cui, volenti o nolenti, dobbiamo avere a che fare se viviamo in questo mondo. Ma la sostanza è da un’altra parte. Nella poesia infatti, il protagonista si definisce spesso con immagini rarefatte e impalpabili: sicuro come una brezza estiva, il mio spirito sono le onde del mare aperto, sono lo stormire delle foglie in autunno, io sono il tempo, io sono la rima. In questo modo l’autrice abbandona la fisicità della materia per concentrarsi sulle sensazioni: non è un caso che manchi proprio la vista.

Ma c’è di più.

È più facile e comodo vedere la gamba più corta dello storpio davanti a noi, piuttosto che ammettere che è il nostro spirito ad essere zoppo o le nostre anime claudicanti. La disarmonia è dei nostri occhi, nel guardare noi stessi e gli altri. O noi stessi negli altri.

Il “diverso”, lo straniero, tante volte ha il colore della nostra pelle, ha la nostra stessa pelle, e dorme con noi nello stesso letto. Qualcuno diceva che l’uomo tende a distruggere o eliminare tutto ciò che lo spaventa. E la paura, certo non è il miglior antidoto per avere uno sguardo pulito sulla realtà.

Trovarsi a contatto con un handicap può essere un’opportunità per guardare le cose da un altro punto di vista. Per riscoprire il valore del corpo, del tempo, della luce, dello spazio, della libertà.

La diversità, qualunque diversità, spesso imbarazza e fa paura non in se stessa. Fa paura guardare negli occhi il “diverso” perché potrebbe essere un padre, un figlio, un amico, potrebbe essere me.

E guardare un essere umano del tutto uguale a noi, che combatte ogni giorno, che con dignità vive la nostra stessa vita, ci dà la misura del coraggio, e del valore della vita stessa. Non tutti, probabilmente, saremmo in grado di sopportare difficoltà così impegnative. Non avremmo la stessa perseveranza e pazienza. E questo dubbio ci destabilizza; ci imbarazza scoprire che le certezze su cui poggiamo i nostri piedi ogni mattina non ci rendono migliori degli altri. Non ci rendono arcobaleni in un cielo di nuvole.

P.S.

Le parole che seguono sono un commento di Maya Angelou sul suo profilo Facebook.

Sono cariche di poesia e affetto; sono il segno della gratitudine dell’autrice a un uomo, davvero diverso, che le ha cambiato e arricchito la vita. Queste parole sono un augurio.

“Mio zio Willie balbettava, aveva una gamba più corta dell’altra ed era un arcobaleno nella mia nuvola. Io sono un arcobaleno nella nuvola di qualcuno. Ognuno di voi ha questa possibilità. Io so chi sei veramente e il mio incoraggiamento è perché tu possa essere tutto questo!”


Traduzione: Davide Ferrari
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