Hai imparato la lezione?

The lesson by Nicole Lutz

The Lesson

By Maya Angelou

 

I keep on dying again.

Veins collapse, opening like the

Small fists of sleeping

Children.

Memory of old tombs,

Rotting flesh and worms do

Not convince me against

The challenge. The years

And cold defeat live deep in

Lines along my face.

They dull my eyes, yet

I keep on dying,

Because I love to live.

 

La lezione

di Maya Angelou

 

Continuo a morire di nuovo.

Le vene collassano, aprendosi come

i piccoli pugni dei bambini

addormentati.

La memoria di vecchie tombe,

la carne in putrefazione e i vermi

non mi convincono ad abbandonare

la sfida.  Gli anni

e il freddo della sconfitta vivono profondi

nelle linee lungo il mio viso.

Offuscano i miei occhi, ancora

continuo a morire,

perché amo vivere.


Hai imparato la lezione? Questo sembra l’interrogativo che Maya Angelou propone a se stessa e ai lettori.

La lezione cui la vita ci mette di fronte ogni giorno, ogni attimo della nostra quotidianità.

La poesia si apre con I keep on dying again, e sembra indirizzarsi verso il limbo dell’abbandono, della morte appunto. Invece, con grande lucidità narrativa, l’autrice ci mostra immagini vivide e usa metafore limpide per interrogarsi sul significato del dolore e delle privazioni dando loro legittimità e diritto di esistenza nel naturale svolgimento della vita. Unica condizione per progredire è l’atto di volontà necessario alla comprensione della caducità e precarietà dell’essere umano; è non abbandonare la sfida.

Ma la lezione più importante che l’esperienza sembra insegnare alla poetessa è quella di non pensare che vita e morte siano due condizioni opposte. Gli ultimi versi Continuo a morie, / perché amo vivere  sono l’accettazione della coesistenza degli opposti. Il dolore e la morte non sono parte di una visione negativa del mondo, né un motivo per evitare di vivere, ma diventano sostanza della speranza e della realtà della vita stessa. È la forza dell’amore che ci rende capaci di accettare e resistere alla sfida.

In un interessante articolo su La Lettura del Corriere della sera Silvia Vegetti Finzi scrive:

All’incapacità di vivere l’amore fa seguito la difficoltà di accettarne la fine, di elaborarne il lutto. Nella indistinzione tra il bene e il male, la sofferenza viene sostituita dall’insofferenza.

E cita anche lo psicanalista e sociologo Erich Fromm che scrive: è l’indifferenza il nuovo disumano. Disumanità che si esprime con la violenza, in molti casi perpetrata in nome dell’amore.

Saper amare significa dunque essere anche in grado di sopportare il dolore, la privazione. Significa comprendere che c’è una differenza tra il bene e il male e che l’amore, la vita, si nutrono e acquistano valore grazie ad entrambi. Significa prendere coscienza dell’esistenza del dolore e evitare la sua continua negazione per arrivare all’unità degli opposti di cui parla Maya Angelou nella sua Lezione.

La Vegetti Finzi scrive ancora:

Nella vita quotidiana, nella cosiddetta normalità, possiamo riconoscere la fuga dalla sofferenza, la pretesa di vivere schivando il dolore, nella indifferenza che permea i nostri rapporti.

La maggior parte delle persone finge di essere felice perché l’infelicità è un fallimento e dichiararla è inopportuno, sembra trasgredire a una regola di galateo. […] Si accetta che vengano pubblicizzati i mali fisici, mentre vengono messi a tacere quelli morali.

Quando incontriamo qualcuno per strada, parlando al telefono, forse non dovremmo cominciare il dialogo con il classico –Tutto bene?- che, nella quasi totalità dei casi si risolve in un -Benissimo e tu?- e che nasconde piccole grandi tragedie di varia natura, ma con: -Hai imparato la lezione?

Probabilmente si aprirebbero scenari decisamente più interessanti.

Traduzione: Davide Ferrari
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