Tradurre è tradire o un atto d’amore?

Less is more by Chen Chi-Kwan

Tradurre è tradire. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Tante, troppe. E quando un concetto, un’idea, si solidifica dentro di noi, diventa carne nella nostra stessa carne, lo consideriamo normale dimenticando che quel concetto e quell’idea, proprio perché immateriali, ideali, possono mutare infinite volte se confrontati con l’esperienza. Soprattutto, interiorizzare qualsiasi cosa, perdendo la lucidità e la giusta distanza, limita il nostro campo visivo e preclude una reale comprensione del mondo.

L’articolo che segue è la straordinaria visione di Andrés Neuman, scrittore, poeta e traduttore argentino naturalizzato spagnolo, della traduzione come misteriosa relazione d’amore. Certo, ha a che fare con la letteratura, la traduzione, il linguaggio. Ma è un articolo che sostanzialmente parla d’amore appunto, e in modo molto profondo.

Nel caso ci fossero errori, mi scuso con l’autore per la mia traduzione. Ma mi affido alle sue stesse parole: Voglio manipolarti con le mie migliori intenzioni.


Di Andrés Neuman

Prendendo spunto da una poesia dello scrittore inglese Philip Larkin, Andrés Neuman afferma:

Ricordo, traduco il mio amato Larkin:

La notte non ha lasciato niente più che mostrare: / o la candela o il vino che lasciamo a metà, / o il piacere di toccarsi;/soltanto questo segno della tua vita / camminando nella mia.

L’amore e la traduzione sono simili nella loro grammatica. Amare qualcuno significa trasformare le sue parole nelle nostre. Sforziamoci a capire l’altra persona e inevitabilmente la fraintenderemo. Costruire un precario linguaggio comune.

Per tradurre in maniera soddisfacente un testo bisogna desiderarlo. Bramare il suo significato. Alcuni hanno bisogno di possedere la propria voce. In questo dialogo che alterna routine e fascinazione, conoscenza preventiva e apprendimento in divenire, entrambe le parti finiscono modificate.

L’amante si guarda nella persona amata alla ricerca di somiglianze nelle differenze. Ogni piccola scoperta è incorporata nel vocabolario comune. Anche se, per quanto io cerco di catturare la lingua dell’altro, quello che si ottiene in definitiva è una lezione sul linguaggio stesso. Così seducente e refrattaria è la loro convivenza.

Chi traduce si avvicina a una strana presenza in cui, in qualche modo, si è riconosciuto. Il testo presenta un mistero parzialmente indecifrabile e, allo stesso tempo, una sorta di familiarità essenziale. Come se traduttore e testo si fossero già parlati prima di incontrarsi.

Traduttori e amanti sviluppano una suscettibilità quasi maniacale. Dubitano di ogni parola, ogni gesto, ogni insinuazione in cui si imbattono. Sospettano gelosamente di ciò che sentono: che cosa avrà voluto dirmi in realtà?

Amando e traducendo, l’intenzione dell’altro urta con il limite della mia esperienza. Io mi leggo leggendoti. Ti ascolto nella misura in cui sai parlarmi. Però, se dico qualcosa, è perché mi hai parlato. Dipendo dalla tua parola e la tua parola mi serve. Si salva nei miei successi, sopravvive ai miei errori. Per far funzionare tutto questo, dobbiamo ammettere gli ostacoli: non andiamo a leggerci letteralmente. Voglio manipolarti con le mie migliori intenzioni. Ciò che non è negoziabile è l’emozione.

Traduzione: Davide Ferrari
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